Casa di Bambola

Già dal suono del campanello mi accorsi che quella non era una casa normale. Al posto del solito trillo udii infatti un lezioso motivetto di carillon, talmente dolciastro e ipnotico che, subito dopo averlo sentito, dovetti rammentare di essere lì per un motivo preciso: parlare con i padroni di casa.

La porta si aprì senza il solito clic. Al suo posto ci fu un morbido rumore pneumatico. Spinsi, già aspettandomi un movimento leggero e silenzioso (un cigolio sarebbe stato davvero fuori luogo).

Feci due passi oltre la soglia e ciò che vidi mi fece dubitare del mio senso di realtà, di solito fin troppo lucido e chiaro. Ero sbarcato su un altro pianeta, una realtà parallela creata da uno scienziato folle. Davanti ai miei occhi, su tutti i mobili dell’ingresso, una parata sterminata di bambole mi osservava. Erano migliaia, alcune perfettamente vestite con abiti sontuosi, altre di fattura povera, acquistate in ogni parte del mondo. Una, messicana, mi fece immaginare il mercatino polveroso dal quale doveva essere partita per finire a Milano. Per un breve istante riuscii a fantasticare (o forse lo sentii sul serio…) il suo odore forte di spezie miste a sudore e ad un lezzo da pollaio. Tutte queste bambole erano immerse in una luce giocosa, che entrava da una finestra in vetro colorato.

Ero lì per un motivo grave, perciò non potevo permettermi il disorientamento che si era insinuato nei miei pensieri. Quindi mi feci forza e chiamai, con la voce più stentorea che avevo, pur senza urlare: “E’ permesso?”

Ci fu una prolungata pausa di silenzio che mi fece dubitare di essere stato ascoltato. Poi, quasi venisse da una delle tante bambole, una vocina infantile e mielosa: “Entri. Entri pure.”

Il suono era stato talmente ovattato che non capii da dove provenisse. Dato che di fronte avevo tre porte dovetti sceglierne una a caso, sperando di non dover perlustrare tutta la casa prima di trovarne la padrona. Aprii dunque con cautela la porta che avevo scelto e la vidi subito, seduta nell’angolo di una ampio divano antico in legno e stoffa. Sembrava anche lei una bambola in formato gigante. Con una casa del genere c’era da aspettarselo, ma il suo aspetto superò comunque le mie previsioni.

Il suo viso ovale sembrava dipinto, più che truccato. Sulle gote aveva un tocco di rosa acceso. Gli occhi erano disegnati da un filo di matita nera. Le ciglia innaturalmente folte e lunghe. Le sopracciglia, al contrario, erano sottili, e descrivevano un arco perfettamente regolare. Anche i capelli sembravano finti. Erano molto lunghi, con ampi boccoli biondi, ordinati in una larga raggiera tenuta da un fermacapelli di madreperla e filo dorato. Ma l’insieme non era affatto caricaturale, come forse si potrebbe pensare dalla mia descrizione. Al contrario, quella creatura pareva scaturita direttamente dalle pagine di un feuilleton ottocentesco, di quelli in cui l’eroina viene invariabilmente salvata dai briganti grazie all’intervento di un nobile cavaliere. “Prego. Si accomodi, signor Danieli. Gradisce un caffè?” D’istinto, avrei voluto rifiutare, spiegare il motivo della mia visita e andarmene in fretta. Ma non volevo ferire i suoi sentimenti sottraendomi al rito dell’ospitalità. Perciò accettai, ripromettendomi di sfruttare il tempo necessario a preparare la bevanda per elaborare al meglio il discorso di circostanza che ero stato incaricato di farle da parte della mia azienda. La cosa terribile, era che mi sentivo pienamente consapevole dell’enorme potere distruttivo contenuto nelle parole che avrei pronunciato di lì a poco.

Avrebbero segnato il resto della vita di quella bambola animata (era talmente innaturale che immaginavo non avesse il sesso, bensì un pube liscio, di porcellana). Quando tornò ero ancora in ambasce. Fosse stata una donna qualsiasi avrei potuto prevenire le sue reazioni, offrirle la mia solidarietà, condividere le sue emozioni. Ma da lei temevo un inarginabile attacco isterico, fors’anche un’istantanea e definitiva follia. Il suo sguardo ingenuo e curioso non contribuì a migliorare la situazione, mentre sorseggiavo lentamente il caffè per guadagnare ancora un po’ di tempo.

Infine, mi risolsi: “Signora Cattaneo, suo marito è stato ucciso da una banda di predoni. Stava facendo rilievi stradali a sud di Kinshasa.” Mentre parlavo, i miei occhi erano fissi su un quadro che raffigurava una bella piazzetta romana. Così non fui costretto a recepire il cambiamento di espressione che dovette avvenire sul suo viso. Sapevo che, quando l’avrei di nuovo guardata, ci sarebbero stati vent’anni di più nei suoi tratti. “Non sono molto pratica di lutto. Secondo lei, un abito grigio perla può andar bene?”

Risposi frettolosamente che forse era meglio grigio scuro. Poi salutai e scappai via da quella casa assurda, riassaporando finalmente il traffico di Milano ed il senso costante di competizione della città più industrializzata d’Italia. Sono trascorsi dieci anni, eppure ancor oggi mi capita di chiedermi se le sue ultime parole furono dettate da un’immediata reazione al dolore, o da una superficialità inscalfibile e patologica. Avrei dovuto osservarla per saperlo, ma avevo paura della risposta e, comunque, non fissai altro che i suoi piedini infantili, prima di uscire dalla sua vita.

Da “Abito parole” di Carlo Alberto Turrini

link:

https://www.kobo.com/it/it/ebook/abito-parole-2-0

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