Fra gli strumenti più interessanti per lo sviluppo di un economia sociale e sostenibile c’è quello della cooperativa di comunità,un’impresa gestita direttamente dai cittadini con l’obiettivo di produrre vantaggi collettivi, creare lavoro e contrastare il declino economico e migliorare la qualità della vita locale.

La CdC è caratterizzata da una compagine sociale aperta a cui possono partecipare, oltre ai singoli cittadini, anche enti pubblici o imprese, e da una forte democraticità nella presa delle decisioni. Il principio è quello di una testa un voto senza che abbiano peso le differenze di capitale posseduto. La cosa essenziale è che i soggetti partecipanti siano legati ad un territorio preciso su cui insistono le attività della cooperativa.

Scrivemmo già di questo strumento a febbraio del 2018, si può leggere qui

Da allora c’è stata una forte crescita di queste forme economiche.

La mancanza di servizi e opportunità è la molla che fa scattare il progetto cooperativo. Accanto a questa mancanza devono essere presenti opportunità di sostenibilità economica anche grazie all’ attività commerciale. Un errore comune che può pregiudicare la riuscita è infatti confidare solo su contributo e finanziamenti.

L’altro aspetto essenziale è il coinvolgimento della comunità. Molte esperienze hanno mostrato come spesso l’iniziativa nasca da un primo gruppo promotore che si incontra informalmente e, una volta identificate le esigenze e delineato una prima ipotesi di attività, si incontra con altri abitanti e realtà locali. Un processo anche molto lungo durante il quale pian piano si fissano una o più attività economiche sostenibili e quindi si va a costruire un modello organizzativo e gestionale.

A quel punto si può formalmente far nascere la cooperativa.

Come si intuisce facilmente il processo non è ne lineare ne breve proprio perché la partecipazione della comunità è essenziale e lo scopo mutualistico non è il solo profitto, o la sola occupazione. Lo scopo ultimo è il benessere generale della comunità, la coesione sociale e la rigenerazione urbana o rurale. A seconda del luogo di nascita, e quindi delle specifiche esigenze, una cooperativa può occuparsi di gestire servizi di base ( negozi, poste di comunità, trasporto locale o servizi di assistenza); o servizi alla cultura e turismo (Eco-turismo, ospitalità diffusa, gestione di beni storici, musei, eventi culturali.) o svolgere attività produttive ( Agricoltura sociale, manutenzione del verde, gestione di energie rinnovabili o filiere corte.)

Proprio perché persegue il bene comune la CdC di frequente svolge più attività che si sviluppano nel tempo a partire dalla esigenza originaria.

Ad esempio in un piccolo paese di montagna dove viene a mancare l’unico bar si può partire dalla sua riapertura per poi affiancarvi un piccolo ristorante, per aumentare gli incassi e renderlo piu sostenibile, e poi magari recuperare le terre incolte per produrre verdure da servire al ristorante e cosi via.

Un meccanismo che abbiamo raccontato in passato in alcuni articoli dedicati a realtà specifiche (leggi qui 1 2 3 4 )

Lo sviluppo più interessante è che questa realtà economica, nata per contrastare lo spopolamento dei piccoli centri, si sta sviluppando anche nelle città dove spesso sono presenti situazioni di “beni di nessuno” , situazioni di esclusione sociale, di solitudine e mancanza di occasioni culturali. Alcuni esempi: a Perugia (la coop Postmodenissimo che ha riaperto un cinema); a Roma (Le Botteghe Quarticciolo che Offre occasioni di lavoro a donne del quartiere attraverso l’avvio di attività legate a catering, ristorazione) ; a Brescia Via dei musei (Unisce cittadini, artigiani e commercianti della via per co-progettare eventi culturali, riattivare negozi sfitti trasformandoli in spazi per l’artigianato locale o l’innovazione)

Vista l’importanza di queste realtà e la mancanza di una legge nazionale molte regioni hanno approvato leggi, albi e facilitazioni ad Hoc.

Gianni Fratini

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