Di una cosa si può essere certi: tutto viaggia alla velocità della luce (e ben oltre). Il flusso di informazioni prodotto dai media digitali alimenta una dinamica per mezzo della quale tutto diventa subito vecchio. Che la nostra contemporaneità abbia un problema con la memoria non è di certo una novità, a maggior ragione in un paese come l’Italia in cui il trasformismo dei leader politici è qualcosa che per l’opinione comune si perde nel dramma della presenzialità. Il caso emblematico è rappresentato da Salvini, che nel giro di circa 15 anni è passato dal non festeggiare il 2 giugno a celebrarlo, dall’odiare i meridionali alla lotta per la costruzione del ponte sullo stretto (una canzoncina alla Checco Zalone: “o facimu stu punti?”), dall’antieuropeismo a membro del Parlamento europeo.
Al di là delle (dis-)avventure del ministro, che cosa comporta questa disamina della contemporaneità? Essa sembra distinguersi per il dramma dell’eterno presente all’interno del quale il passato decade senza sosta nell’antimateria dei media, e il futuro diventa impossibile da immaginare. Si è persa quella che era stata la tendenza dell’illuminismo di pensare l’umanità come progresso verso un bene comune. Ora, questa affermazione per noi non significa che l’umanità
tenda metafisicamente verso il Bene Assoluto. Essa vuol dire al contrario che, in quanto comunità umana, noi dovremmo metterci nelle condizioni di sviluppare le conoscenze e programmare la politica in funzione di questo obbiettivo: un miglioramento della vita sia per quanto concerne i rapporti tra persone, sia per quanto riguarda la relazione con l’ambiente. Questa prospettiva sembra
oggi preclusa: dalla volontà (presente nel passato, ma nuovamente dimenticata) di investire sulle fonti rinnovabili si è passati a una continua procrastinazione delle soglie di proroga del carbone.
Perché se si programma il futuro lo si fa in questa direzione? Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo quando parlano del capitalismo ci dicono che esso per poter sopravvivere “sposta sempre il limite”, inscrivendosi nuovamente in una territorialità all’interno della quale può continuare a esistere. È ciò
che accade quando si sposta la soglia di proroga del carbone dal 2025 al 2038.
A rendere impossibile sia la capacità di immaginare un futuro diverso, sia una teoria ambientalista che si voglia anche pratica, sembrano essere proprio gli interessi del capitalismo. Mark Fisher nel suo celebre libro Realismo capitalista, raccogliendo le tesi di Jameson e di Žižek, afferma che oggi per noi “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Fisher fa riferimento alla crisi del 2008, momento in cui si sono presentate al mondo due alternative: o il collasso del sistema capitalistico, o il salvataggio delle banche da parte degli stati.
La storia ci ha dato la sua risposta; anche se tale alternativa è più una ricostruzione teorica che uno scenario vero e proprio: non si è mai pensato di portare il sistema al collasso. Ma in che senso sarebbe più facile immaginare la fine del mondo? Per quanto non si parli più di Guerra Fredda, è ancora valida la sentenza di Elias Canetti contenuta nel suo La provincia dell’uomo secondo la quale “l’atomica è diventata la misura di tutte le cose”. L’ordine mondiale ad oggi si regge su una minaccia di morte su larga scala; è forse il motivo per cui i molteplici conflitti frammentati nel mondo non fanno più così tanto rumore. Si potrebbe addirittura azzardare l’ipotesi che tale paura della morte improvvisa su larga scala sia la motivazione inconscia a causa della quale sembra diventato impossibile pensare al futuro. Ma una società che non è in grado di pensare al futuro è una società depressa e nichilistica (c’è a mio avviso uno stretto rapporto tra l’aumento dei casi di depressione e il nichilismo, il quale, riprendendo Nietzsche, si definisce attraverso la seguente formula: “manca lo scopo”). Inoltre, abbiamo interiorizzato un’altra convinzione: che tutto è sempre stato così, che niente mai cambierà.
È in parte la definizione di ciò che Fisher chiama realismo capitalista. E noi aggiungiamo: dato che tutto è sempre stato così (morte del passato) e che niente mai cambierà (morte del futuro, il celebre There is no alternative), ciò che rimane è ancora questo eterno presente su cui aleggia a livello inconscio una panottica minaccia di morte.
In conclusione, abbiamo un disperato bisogno di storia per imparare a fare i conti col passato, ma anche uno smisurato bisogno di filosofia per indagare il presente e tornare a immaginare un futuro diverso.







Lascia un commento