Una malattia si aggira per l’Occidente: chiunque la contragga non sembra percepirne i sintomi, in nessun modo accusa alcuna sensazione di malessere, tutt’altro; chi viene infettato sente su di sé un aumento crescente di autostima, ed ha l’impavida presunzione di brindare al banchetto con gli dei trangugiando l’elisir della verità. Ora, se si riflette sul significato del verbo “trangugiare”, si nota che ha in sé sussunta una certa avidità congiunta ad una furia incontrollata, la quale, impedisce di cogliere sapori, odori, sensazioni… in altre parole, trangugiare tale verità significherebbe “darsela a bere”.

È noto che per poter degustare un buon vino (o viceversa, per poter giudicare che un vino non è di qualità) si abbisogna necessariamente di pazienza: innanzitutto è opportuno saperne leggere l’etichetta, fonte d’informazioni utili circa la provenienza dell’uva, il territorio, l’azienda, la gradazione alcolica, l’annata… e già quest’operazione richiede qualche minuto di assestamento, il tempo sufficiente per avere un’idea e farsi qualche aspettativa su ciò che si andrà a bere.

In secondo luogo, si raccomanda di aprire il vino con delicatezza, prestando attenzione a non rompere il tappo. Dopodiché, una volta versato il vino nel bicchiere, passiamo ad osservarlo da molteplici prospettive, possiamo intuirne il colore (che, ahimé, non si riduce al rosso-bianco-rosé, ma questi colori hanno delle sfumature e riuscire a coglierle arricchisce la nostra esperienza visiva).

In terzo luogo, lo portiamo al naso: cogliere gli aromi olfattivi è una vera e propria esperienza gratificante, in cui risaltano le caratteristiche del territorio di provenienza, ed inoltre ci aiuta a capire se il vino, durante il suo processo di produzione, come si è soliti dire, “ha fatto legno o ferro”.

Infine, possiamo finalmente assaggiarlo; piano, delicatamente, trattenendolo e muovendolo sulla lingua, spingendolo contro il palato. Al di là dei giudizi di gusto soggettivi quali “è buono, non è buono, è acido, non mi piace, mi piace”, è raccomandabile chiedersi: questo vino, così come mi si presenta, che cosa mi comunica? Che informazioni mi dà su di sé? Sento che in questo calice sono presenti le caratteristiche del suo territorio? Perché se così non fosse, allora, o mi è stata venduta una bottiglia la cui etichetta riportava informazioni erronee, oppure, sia il vino che io, abbiamo bisogno ancora di un po’ di tempo.

Questo perché i vini, come gli eventi, le notizie ed il nostro giudizio su di esse, così come la verità, esigono tempo; i vini evolvono e sono in grado di comunicarci sempre nuove piccole novità su di loro che, inevitabilmente, affettano anche noi che degustiamo. Se io “trangugio” il vino, non sono in grado di cogliere tutte le sue sfumature e di formulare un giudizio lucido: mi fido della mia prima impressione.

Se io mi lascio trascinare dalla notizia letta sulla mia home di Facebook, oppure mi fermo al titolo, al massimo al sottotitolo, credendo di avere già compreso tutto in proposito, perché leggendo i commenti, o prestando attenzione alle reaction, cogliendo così il clima generale che si è creato “me ne sono fatto un’idea ed ho capito tutto”, allora commetto l’errore di chi anziché degustare e meditare il vino, lo “trangugia”.

Nessun infetto si riconoscerà in tale processo; ma ciò è del tutto normale per almeno un paio di motivi.

In primo luogo, se si è affetti da questa nuova malattia, allora tale immediatezza nelle conclusioni riguardo ad un fatto o ad una notizia si finisce inevitabilmente per applicarla su sé stessi; in altre parole, si perde la capacità di ascoltarsi, di porsi domande, di contraddirsi, di cambiare, di “evolvere”.

La seconda ragione segue inevitabilmente dalla prima: tale operazione è inconscia, ed in essa giocano un ruolo cruciale gli algoritmi social, i quali, possono essere pericolosi: i social sono costruiti in modo tale che la rapidità con cui lo stimolo giunge nel campo visivo del fruitore fa sì che esso lo attraversi senza che se ne renda conto. Ciò a lungo andare porta ad un efferato delirio di presunzione (il terreno fertile per le faide da social che contribuiscono a creare i leoni da tastiera), in cui si ritiene di possedere la verità a portata di mano, oppure prendiamo per nostre opinioni quelle che, in un certo senso, il nostro algoritmo ci ha imposto; questa attitudine conduce inevitabilmente alla pigrizia: l’homo social si potrebbe caratterizzare per questa peculiare pigrizia: una pigrizia di pensiero, la quale viene percepita come una ricchezza di cui si fa sfoggio superbamente: una falsa coscienza.

Ma come si guarisce questa malattia? Come i social influiscano sulle personalità, come plasmino il modo di pensare (se, nei termini in cui la abbiamo descritta, tale operazione può definirsi “pensare”) è oggetto di studi accademici. In questa sede, riprendendo Foucault, potremmo sostenere che i social sono una nuova manifestazione del Potere.

Il Potere per Foucault non è qualcosa che è incarnato da qualcuno; esso ha a che fare col modo in cui noi percepiamo all’interno di una determinata cornice ciò che è “normale” ciò che è “vero” distinguendolo da ciò che non può esserlo e su come veniamo disciplinati dalla società a tali “normalità”. Se ne conclude che questa forza contribuisce alla formazione delle soggettività. I social da questo punto di vista hanno un potere disciplinante influentissimo che è in grado di plasmare i nostri standard, le nostre aspettative, le nostre opinioni, le nostre abitudini, portandoci a ridimensionare le nostre categorie. Ma come si può vincere tale alienazione? Prendendo consapevolezza di tali processi. Ora, “prendere coscienza di qualcosa” è un’operazione difficilissima. Perché? perché essa richiede pazienza (e ciò contrasta con quel che si è detto fino ad ora a proposito della pigrizia), richiede capacità di mettersi in discussione (e questo si oppone apertamente al delirio di presunzione) e coraggio di ammettere di aver sbagliato (e ciò attiva la paura dell’errore). Tale lavoro su sé stessi è l’unico antidoto, ed è una cura dolorosissima per chi soffre di questa malattia. Tuttavia, essa promette di respirare progressivamente, passando per disperazione, angoscia e spaesamento, la ritrovata libertà di pensiero congiunta ad una sempre più ipertrofica autonomia. Perché la libertà è un diritto di cui il cittadino gode nel momento in cui si trova collocato all’interno di un determinato contesto che ne consente l’esercizio. L’autonomia (autós, sé stesso e nómos, legge, ovvero,”dare la legge a sé stesso”) ha a che fare con l’indipendenza, la capacità di essere in grado di pensare grazie ai propri mezzi, anche se ciò non significa ricadere in quel delirio di presunzione di cui si è trattato. Infatti, quel delirio di presunzione è dato dall’assenza e dalla pigrizia di pensiero, mentre la persona autonoma nel pensiero non teme di sbagliare ne di contraddirsi o di ammettere che qualcun altro ha ragione se i suoi argomenti sono migliori (la persona autonoma è in grado di ascoltare gli altri e di coesistere con loro); anzi, la persona autonoma è grata per tale confronto che ha consentito di ampliare gli orizzonti. E tutto ciò lo aiuterà ad apprezzare un po’ meglio quel vino…

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