“Giancarlo Micheli è stato nei giorni scorsi a Trieste per presentare il suo ultimo libro. Da questo viaggio è nata questa riflessione”

Il mattino è bianco come un foglio di cellulosa che esca, ancora umido, tra i rulli di feltrazione in una cartiera. Sgocciola sul mare una caligine impalpabile e io, che ho viaggiato nella notte da un’ascella all’altra della Penisola, appoggio un polpastrello sulla caruncola e vi asciugo una lacrima.

La prima frase da scrivere su questa pagina bianca, imprimendo qualche segno sulla foschia, come su un vetro opaco di brina, è un ricordo per gli amici che ho frequentato nelle strade di Trieste e negli interni che vi si affacciano, alla maniera dei sogni su una coscienza vigile. Sono memorie assai intime, di cari volti e dialoghi sinceri, disseminate in un lasso di tempo di vent’anni e in molti luoghi diversi, dove sono stato in qualità di giurato del Concorso internazionale di Poesia Castello di Duino o a presentare i miei libri, dal Caffè San Marco al Tommaseo, o alla libreria antiquaria di Umberto Saba.

C’era un luogo, però, dove non avevo mai messo piede, benché mi sia occupato diffusamente – in Romanzo per la mano sinistra, nel quale affrontai la tragedia della Seconda guerra mondiale, l’olocausto e le loro conseguenze fin sulla soglia dei nostri giorni – di argomenti che hanno diretta pertinenza con quanto vi avvenne ottant’anni fa, nei mesi che precedettero la Liberazione. Forse non sbaglierei ad attribuire tale lacuna ad una personale rimozione, analoga – secondo le modalità peculiari alle dinamiche inconsce, delle quali non è facile render ragione chiara e distinta – a quella che occultò, sotto un velo di vergogna e indifferenza, i crimini contro l’umanità là perpetrati, li relegò ai margini percettivi dell’opinione pubblica della nostra ancor giovane Repubblica, tanto che della crudeltà e dell’efferatezza di essi non si potesse attingere un’adeguata cognizione altro che durante gli anni Settanta del secolo scorso, anni già sufficientemente macchiati dalle dirette ripercussioni di quell’orgia di violenza bellica, in ottemperanza, foss’anche per mero caso, a quanto emergeva, appunto, dal compimento estetico di Romanzo per la mano sinistra.

Mentre finisco di detergere la secrezione che ancora mi offusca lo sguardo, qualcuno avrà infine indovinato la mia figura incedere tra i muri, orridi e scabri, del mausoleo che, oggi, commemora le vittime della Risiera di San Sabba. Eccomi laggiù, minuscolo nel vasto spazio vuoto, lastricato tra l’imponente facciata di mattoni dell’opificio per la pilatura del cereale, risalente al principio del Novecento, e la paratia di calcestruzzo, alta una trentina di metri, che l’architetto Romano Boico disegnò per delimitarlo, negli anni Settanta, allorché fu istituito il monumento nazionale.

Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945, l’edificio fu adibito a campo di detenzione di polizia (Polizeihaftlager) dalle autorità naziste che amministravano il territorio, formalmente appartenente alla Repubblica di Salò ma inquadrato nella zona di operazioni loro affidata, la OZAK-Operationszone Adriatische Küstenland. In quel lasso di tempo, vi trovarono la morte alcune migliaia di persone, soprattutto oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. Per gli ebrei triestini, di Friuli, Veneto e Croazia, invece, la Risiera servì come campo di transito verso Dachau, Auschwitz, Mauthausen, Bergen-Belsen, da dove tornarono vivi in pochissimi. Nel forno crematorio di San Sabba furono bruciati solo 28 internati di religione giudaica, ritenuti inadatti al trasporto. Le esecuzioni avvenivano in una baracca, della cui sagoma, oggi, resta l’impronta sul muro al quale poggiava. Erano compiute, principalmente, per mezzo del monossido di carbonio, iniettato nell’ambiente dai gas di scarico di un furgone, secondo il metodo brevettato dallo SS-Sturmbannführer (Maggiore) Christian Wirth, nel corso della Operazione Reinhardt, lo sterminio sistematico degli ebrei polacchi. Costui si era distinto così bene in veste di carnefice provetto che il Supervisore di San Sabba lo convocò per approntare un sistema di soppressione delle lebensunwerte Leben (le vite inadatte alla vita) già rodato ed efficiente. La morte vi veniva impartita, però, anche con metodi alternativi, fucilazioni ma anche colpi di mazza alla nuca, neppure per inferire i quali il Supervisore volle privarsi dei migliori specialisti, reclutando seviziatori ucraini di cui aveva apprezzato le doti nei campi del Generalgouvernement für die besetzten polnischen Gebiete (Governatorato per le aree occupate della Polonia), che lui in persona aveva contribuito a fondare, a Bełżec, Sobibór, Treblinka. Questi era un triestino, nato nella città giuliana quando ancora faceva parte dell’Impero austro-ungarico, da una famiglia slovena di lingua tedesca, Odilo Lotario Globočnik. Iscritto al Partito nazionalsocialista austriaco nel 1931, fece carriera fino a meritare la nomina a Gauleiter (Governatore), prima a Vienna e poi a Lublino. Dopo l’efferato corso d’aggiornamento durante il Drang nach Osten (Spinta verso l’Oriente), aveva acquisito tutte le migliori competenze che una civiltà disciplinare, la quale, a fronte dell’impossibilità di correggere, aveva intrapreso la via del genocidio, potesse erogare ai propri ottimati, cosicché, con il grado di SS-Gruppenführer (Generale di divisione), era tornato a casa come l’uomo giusto al posto giusto, figliuol prodigo dell’odio razziale. Alla Liberazione, tentò la fuga. Venne catturato e, prima che i militari alleati lo sottoponessero ad interrogatorio, si suicidò con una capsula di cianuro. In modi diversi, ma con un medesimo esito, scansarono ogni conseguenza giudiziaria dei loro crimini tutti i suoi sottoposti: il comandante della Risiera, lo Obersturmführer (Tenente colonnello) Josef Oberhauser, venne condannato all’ergastolo dal Tribunale di Trieste, nel 1976, ma visse ancora tre anni in contumacia, lavorando in una birreria di Monaco di Baviera, protetto dagli accordi bilaterali che negavano l’estradizione per crimini antecedenti l’anno 1947; il diretto sottoposto di lui, lo SS-Sturmbannführer Dietrich Allers, morì prima della conclusione del procedimento; lo SS-Obersturmführer Erich Rajakowitsch, visse a lungo, a Milano, un’agiata esistenza da professionista al di sopra di ogni sospetto, titolare di una ditta di import-export con il nome contraffatto di Erico Raja, prima d’incontrare la pace eterna in una comoda villetta della Stiria. L’elenco si potrebbe prolungare. Sarebbe possibile un po’ alla volta strappare, una ad una, le cortine della pagina bianca e del cielo fuligginoso, che pare serbare ancora un icore delle ossa e della carne degli ebrei, dei rom, dei comunisti, dei Testimoni di Geova, dei disabili, inceneriti nei forni crematori di mezza Europa. Adesso, davanti ai nostri occhi, è ancora spessa la nebbia e riusciamo a stento ad intravedere, a percepire sussurri, voci al cui avviso alcuni degli aguzzini, che massacrarono le vittime a colpi di mazza nel cortile della Risiera, sarebbero vissuti, indisturbati ed a lungo, nella stessa Trieste, immuni da ogni addebito in virtù di inconfessabili collusioni, laddove altri avrebbero trovato riparo Oltreoceano.

Molti occhi dovranno ancora bagnarsi in questa bruma grigia e giallognola, aggirarsi tra le celle incrostate di fimo, nella cui angustia l’essere umano continua a patire la disciplina di una civiltà fondata sulla violenza, la guerra e il sopruso; dai loro sguardi, tuttavia, proviene la luce che dissiperà le tenebre della Storia, in un mattino azzurro, come lo stendardo dell’anarchia nel pugno di Velimir Chlebnikov, quando “cammineremo sulle acque, bevendo il vino della fratellanza e spezzando il pane della giustizia”.

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