Morirò a Parigi con la pioggia,
in un giorno del quale ho già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non esagero –
forse, come oggi, un giovedì d’autunno.
Di giovedì sera. Oggi che proso
questi versi e ho indossato a tradimento
gli omeri, è giovedì e, mai come oggi,
mi vidi solo dopo tanto andare.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti e a nessuno lui fece del male;
lo legnavano sodo e duramente
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’osso degli òmeri,
i sentieri, la pioggia, l’esclusione…
E se dopo tante parole,
non sopravvive la parola!
E se dopo le ali degli uccelli,
l’uccello fermo non sopravvive!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto e si finisca!
Esser nati per vivere della nostra morte!
Alzarsi dal cielo verso terra
sui propri disastri
e spiare il momento di spegnere la tenebra con l’ombra!
Sarebbe meglio, francamente,
che si mangino tutto e… cosa importa!
E se dopo tanta storia soccombiamo
non già d’eternità,
ma di cose così semplici come stare
in casa o mettersi a pensare!
E se scopriamo poi,
tutt’a un tratto, di vivere,
a giudicare dall’altezza degli astri,
dal pettine e dalle macchie sul fazzoletto!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto, non c’è dubbio!
Si dirà che abbiamo
in uno dei nostri occhi molta pena
come anche nell’altro, molta pena,
e in tutt’e due, nello sguardo, molta pena…
Allora… Certo!… Allora… tutti zitti!
C, Vallejo





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