Qualche settimana fa ho avuto la possibilità di trascorrere una settimana alle Isole Canarie, visitando due delle isole dell’arcipelago spagnolo: Fuerteventura e Lanzarote. Parto subito dicendo che questo articolo non vuole essere un diario di viaggio, quanto piuttosto una riflessione sui modelli di turismo che queste due isole hanno scelto di adottare. Infatti, nonostante la vicinanza geografca, in traghetto bastano circa trenta minuti per passare dall’una all’altra; Fuerteventura e Lanzarote sembrano aver intrapreso due strade opposte nella gestione del proprio territorio e del turismo. Fuerteventura è un’isola selvaggia, quasi
primordiale. I suoi paesaggi desertici, le coste immense e il senso di libertà che si respira in molte zone la rendono un luogo unico. Pur essendo più grande di Lanzarote, conta circa trentamila abitanti in meno, e questa differenza si percepisce immediatamente. La natura, sia marina che terrestre, appare più aspra, più incontaminata. Eppure, ciò che colpisce maggiormente è il contrasto tra questi scenari naturali, a tratti quasi lunari, e le costruzioni che
li occupano. Sia a nord che a sud dell’isola (soprattutto a sud, la zona meno popolata), la bellezza della natura viene violata dalla presenza di enormi resort, villaggi turistici e hotel che sembrano completamente estranei all’armonia del territorio circostante. Le coste sono spesso dominate da veri e propri ecomostri: strutture gigantesche, alcune ormai abbandonate o in stato di degrado, simbolo evidente di una speculazione edilizia aggressiva.
La sensazione è quella di un assalto economico che ha travolto l’isola soprattutto dopo l’apertura e l’espansione dell’aeroporto. Come una luce che attira le falene, lo sviluppo turistico ha richiamato investitori pronti a colonizzare il territorio, consumandone lentamente l’identità e sacrificandone la purezza in nome del proftto.
Questa stessa sensazione, però, svanisce completamente poche miglia più in là, a Lanzarote.
Qui l’influenza di César Manrique è ancora oggi profondamente visibile. Nato a Haría, piccolo paese del nord dell’isola, Manrique sviluppò fn da giovane un amore viscerale per la propria terra, intrecciandolo con la passione per l’arte e l’architettura. Ridurlo a una sola definizione è quasi impossibile: pittore, scultore, designer, architetto, urbanista. Un artista totale, sulla scia, non troppo implicita, del connazionale Picasso.
La sua battaglia culturale e politica ha lasciato un’impronta indelebile su Lanzarote. Anche qui esistono resort e strutture turistiche, ma la differenza è evidente: gli edifici rispettano i canoni architettonici ed estetici dell’isola, dialogano con il paesaggio invece di imporsi su di esso. Le costruzioni mantengono colori, forme e proporzioni coerenti con l’identità locale, permettendo all’isola di conservare un’anima riconoscibile.
Lanzarote dimostra quindi che è possibile sviluppare il turismo senza distruggere il luogo che lo rende attrattivo. E soprattutto dimostra che esiste un modello alternativo a quello che rincorre esclusivamente il proftto immediato. Le Canarie, infatti, non sono famose per grandi città d’arte o per il loro patrimonio culturale, ma per il mare, le spiagge, i vulcani e la natura.
Distruggere questi elementi signifca compromettere la vera ricchezza delle isole.
A questo si aggiunge un altro aspetto interessante: mentre a Fuerteventura manca quasi completamente un’offerta culturale capace di diversifcare il turismo, Lanzarote ha saputo trasformare l’eredità di Manrique in un patrimonio artistico e culturale vivo. Fondazioni, musei e spazi espositivi hanno permesso all’isola di attirare anche un turismo diverso, più interessato
alla cultura e all’identità del territorio.
Ed è proprio qui che questa riflessione si collega alla nostra realtà, e nello specifco a Viareggio.
Negli ultimi anni la città ha visto aprire numerosi cantieri e interventi di riqualificazione urbana. Alcuni di questi erano certamente necessari, ma ciò che colpisce è come spesso tali lavori sembrino ignorare completamente il patrimonio culturale e artistico della città.
Se c’è uno stile che storicamente identifica Viareggio, è senza dubbio il Liberty. Basta pensare alla Passeggiata, sicuramente il luogo più rappresentativo e frequentato dai turisti, dove l’architettura liberty rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi della città. Eppure, osservando molte delle nuove costruzioni o ristrutturazioni, sembra che questo patrimonio
venga sistematicamente dimenticato.
I nuovi interventi appaiono spesso anonimi, standardizzati, indistinguibili da quelli che si potrebbero trovare in qualunque altra città italiana o europea. Non esiste quasi mai un richiamo estetico o culturale alla storia artistica-culturale viareggina. E allora viene spontaneo chiedersi: se Viareggio era considerata la “Perla del Tirreno” anche grazie alla propria identità stilistica, perché un turista dovrebbe scegliere questa città se la stiamo trasformando in un luogo senza carattere, sempre più uniforme e impersonale? I lavori portati a compimento
dall’amministrazione Del Ghingaro, salvo pochissime eccezioni, come quella di piazza Zara, hanno contribuito a portare a Viareggio un modello di globalizzazione urbanistica. In questo modo si punta a lavori standardizzati, che abbattano i costi non solo di costruzione ma anche di manutenzione. Basti pensare al belvedere Puccini, alla marina di Torre del Lago o a Via
Mazzini. Lavori che indubbiamente hanno portato ad una riqualificazione di quelle aree ma senza un gusto estetico e un’armonia artistica, rispettosi della città e della sua storia. Se prendiamo la foto di uno di questi tre luoghi, importantissimi per il turismo e la cultura viareggina e torrelaghese, e la mostriamo ad una persona che conosce la città ma viene da fuori, difficilmente saprà dirci se si tratta di Viareggio, Cesena, Massa o di qualsiasi altro luogo.
E la lezione di Manrique sta proprio qui: il compito dell’urbanistica e dell’architettura non dovrebbe essere quello di cancellare l’anima di un luogo, ma semmai di valorizzarla, amplificarla, renderla ancora più riconoscibile. Perché un luogo non perde valore quando cambia, bensì quando smette di essere riconoscibile.







Rispondi