Costruire, costruirsi

1-Materiali-naturali-in-edilizia-report-UK-allerta-sui-potenziali-rischi-di-canapa-e-pagliaLa casa è considerata un bene primario indispensabile. Il nostro modello ormai è ben strutturato fatto da giri per agenzie, intermediazioni, mutui, perizie. eppure fino ad un paio di secoli fa ( con la rivoluzione industriale) era normale costruirsi da soli le proprie case. questa capacità (ma anche possibilità) pian piano si è persa.

Ma questa possibilità/capacità in molti paesi del mondo è rimasta. Anche nella nostra società ci sono zone borderline dove si sperimentano nuove soluzioni.

Situazioni che se sono scelte e non obbligate sono situazioni ai margini ma non di marginalità.

In un bel libro “Abitare illegale” l’antropologo Andrea Staid racconta molte di queste esperienze dai villaggi rom e sinti alle comuni tedesche, esperienze di autocostruzione (in italia sono nate spesso nelle zone colpite dai terremoti) per arrivare alle esperienze di occupazione.

Quando non sono subite ma scelte queste soluzioni hanno un forte valore anche rispetto al costruire una propria identità.

Un aspetto interessante è quello della costruzione di un welfare dal basso. Nel raccontare le esperienze di centri occupati Staid infatti usa questo termine per indicare come l’occupazione non sia solo un occupare e ristrutturare palazzi dismessi ma anche creare una rete che offre teatro, possibilità di fare attività fisica, degli ambulatori medici o dei gruppi di acquisto. Certo occupare è illegale ma questa idea di condividere e di costruire è un aspetto centrale. Pensate all’esempio della famiglia egiziana che guadagnando, in due, 1.300 euro il mese riescono, abitando una casa occupata possono far fare palestra ai propri figli. Oppure la ricercatrice che in questo modo può permettersi di completare la sua specializzazione.

O pensiamo a quello che dice un Sinti quando vede la casa dove abita Andrea: “ma tu non hai paura di rinchiuderti in quel palazzo? ” l’idea che stare fuori a contatto con gli altri uguali a te da più sicurezza che stare dietro una porta blindata. L’idea che in fondo avevano i nostri nonni ( la generazione dei primi del ‘900 per quel che mi riguarda). Nonni che erano in grado di fare molte cose da soli anche una casa spesso.

E quella della autocostruzione è un’altra parte importante del libro. Significativa la storia di Mina che, terremotata nella passa padana, invece di aspettare lo stato e dormire nei container si costruisce da sola una casa in canapa. Perfetta per l’ambiente in cui è inserita perché la canapa è uno splendido isolante e ripara benissimo dall’umidità, cosa che non si può dire dei container in lamiera. Una pratica però illegale o comunque molto ai limiti anche se perfettamente funzionale.

Certo difficile costruirsi una casa da soli specie per molti di noi che da soli e con le proprie mani sanno fare ben poco. Homo Faber contro Homo Comfort  ( nozione dovuta a Stefano Boni)  è un altro degli aspetti centrali. Ed è vista come una divisione politica più sei comfort più cioè acquisti e dipendi da ogni comodità più dipendi da  un sistema tecnologico economico politico che tende ad uniformare diviene a far divenire tutti soggetti dipendenti dal dogma del consumo in crescita e la crescita perenne per la quale occorre essere standardizzati e omogenei al sistema.

Chissà per fare una piccola rivoluzione per una vita migliore  forse basterebbe reiniziare ( o magari imparare) a farsi la passata di pomodoro  in casa.

Per saperne di più                                                                                                                                   “Abitare illegale” Andrea Staid Milieu editore 2017

“Homo comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze” Stefano Boni  Eleuthera edizioni  2014

sul web puoi vedere

 

 

 

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