Donne alla Biennale di Venezia

Un’anziana donna delle pulizie guarda un gruppo di sculture di Alberto Giacometti, note come le “Donne di Venezia”. La foto (attribuita all’agenzia Dufoto di Aldo Durazzi) è stata scattata alla Biennale di Venezia del 1962 ed è talmente eloquente che sembra una messa in scena.

In effetti è del tutto verosimile che il fotografo abbia finto di chiedere alla donna un parere o suggerito di guardare le opere.


I due soggetti sono contrapposti in modo preciso sulle due metà della foto. A destra, la donna vestita di scuro, ben piantata per terra col corpo appesantito dagli anni; la posa è quella tipica dell popolana un po’ diffidente, attenta a non farsi fregare; il lavoro umile, l’età e l’abbigliamento rivelano la sua collocazione negli strati bassi della società e della cultura. A sinistra, figure di donne bianche, rigide e scarnificate come spettri sull’attenti, nude ma fatte di una materia bianca, aspra e tormentata che non ha niente di carnale.


Il contesto è una mostra d’arte, in un luogo importante e signorile, che può permettersi di contenere soltanto oggetti inutili e costosi come le opere d’arte, oltre a un bel parquet e, occasionalmente, alle donne delle pulizie che lo tengono sempre perfettamente pulito. È un luogo che fonde assieme l’aura del potere, del denaro e del culto, come faceva un tempo l’aristocrazia.

E la foto esalta proprio questo: una contrapposizione di casta, ma con l’arguzia sorniona di un Bertoldo capitato alla corte del re Alboino. Anche la vecchia veneziana, come Bertoldo, è del tutto fuori luogo: la sua presenza è solo accessoria ed è solo per caso che le viene concesso di esprimere un parere. La foto la coglie proprio nel momento in cui lo pensa, ma l’efficacia retorica ci spinge a darlo noi al suo posto, perché proiettiamo sulla foto la nostra interpretazione, per lo più inconsapevoli del teatrino ideologico allestito.
Questo infatti è un teatrino perfetto per il “populismo estetico”: l’arte moderna è come i vestiti nuovi dell’imperatore che solo gli animi semplici e non assoggettati al potere vedono per quel che sono, un bluff.


Un’ideologia talmente miope che non si rende conto dell’enorme differenza che c’è tra una scultura di Giacometti e un’opera come la Merda d’artista, presentata da Piero Manzoni solo qualche mese prima dello scatto di questa foto. L’arte di Giacometti parla ancora a tutti, anche a un’umile donna delle pulizie che ha fatto solo le elementari: perché mai, pur senza metterlo in parole, non potrebbe anche lei sentire il pathos di quelle donne ascetiche come esili tronchi calcificati, che indossano solo la fragilità umana e il distacco malinconico da tutto ciò che è terreno, nonostante i grandi piedi infissi come ceppaie in quelle zolle di terra squadrata? Magari lo ha visto passare in quelle sale, l’autore di quelle strane sculture, anche lui anziano e stropicciato come appare nella foto qui sotto, e avrebbe intuito che quell’artista e le sue opere hanno molto più in comune con lei di quanto pensi il fotografo che ora la sta fotografando.


In fondo, la vera vittima è proprio lei, l’anziana donna delle pulizie trasformata in un luogo comune che sembra darle la vittoria nel duello con l’astrusa arte dei ricchi, quando invece non fa che confinarla al suo posto, comodo e inoffensivo.