Dopo più di un mese torno a parlare della mia esperienza in Ungheria con questo terzo episodio conclusivo, nel quale cercherò di tirare le somme, a freddo, di ciò che ho vissuto. In questo articolo, però, non parlerò della mia esperienza personale in senso stretto, bensì della vita a Budapest. Inizio subito dicendo che la mia esperienza è stata sicuramente più che positiva. In questo periodo ho avuto modo di conoscere diverse persone, italiane e non, che vivono a Budapest da anni. La maggior parte di loro si è sempre espressa in maniera molto positiva sulla vita in città, e i motivi sono diversi.
In primis, come ho potuto notare anch’io, nonostante si stia parlando di una città di circa un milione e mezzo di abitanti, che diventano facilmente due milioni se si considerano anche i sobborghi, la sensazione non è affatto quella di vivere in una grande metropoli. La divisione in distretti, di cui avevo parlato nel primo capitolo, permette infatti di vivere quasi esclusivamente all’interno del proprio quartiere, senza doversi spostare per fare la spesa, uscire la sera a bere una birra o andare dal barbiere (nel mio caso, a sistemare la barba). Anche nel caso in cui si dovesse uscire dal proprio distretto, i mezzi di trasporto permettono di attraversare il centro città in modo rapido ed efficiente, spostandosi da una parte all’altra in massimo mezz’ora.
Un altro aspetto fondamentale è il costo della vita che, nonostante sia aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, rimane comunque più basso rispetto ai Paesi dell’Europa occidentale. Per questo motivo molti italiani che vivono a Budapest e lavorano, ad esempio, in ambasciata o in multinazionali, sono molto soddisfatti della loro scelta. Questo discorso, però, riguarda soprattutto chi percepisce uno stipendio in euro. Se invece si parla con un ungherese, la narrazione cambia drasticamente. Molti rimangono sorpresi dal fatto che degli italiani decidano di trasferirsi in Ungheria, sia per via degli stipendi mediamente più bassi, sia per l’aumento del costo della vita che, crescendo rapidamente, ha eroso il potere d’acquisto della popolazione locale. Non a caso, in molti scelgono di lasciare il Paese per cercare fortuna altrove, in Stati come la Germania, l’Austria o persino la vicina Slovacchia.
Da quanto ho potuto osservare da questi due “cluster” di persone, posso dire che esistono sicuramente dei vantaggi, ma che tutto dipende molto da chi sei e dal tipo di lavoro che svolgi. Un aspetto che emerge con chiarezza è che il mercato del lavoro risulta più dinamico e veloce rispetto a quello italiano, permettendo di trovare un impiego in tempi decisamente più brevi.
Questo non mi è stato confermato soltanto da diversi italiani che vivono a Budapest, ma l’ho potuto constatare anche in prima persona. Prima di rientrare, infatti, avevo inviato alcune candidature e, con mia sorpresa, non solo ho ricevuto diverse risposte (ovviamente non tutte), ma in alcuni casi mi è stato persino proposto un colloquio dopo pochissimi giorni. Chiaramente si parla soprattutto di multinazionali, un settore in cui la capitale magiara è particolarmente forte.
Anche in questo caso, però, tutto dipende molto dal tipo di contratto e, soprattutto, dalla valuta in cui viene corrisposto lo stipendio. Se si viene pagati in valuta locale, il salario non risulta poi così distante da quello italiano e l’esperienza può assomigliare, per certi versi, a quella di una persona al primo lavoro a Milano. Se invece lo stipendio viene percepito in euro, nella maggior parte dei casi permette, anche all’inizio, di mantenere un buon tenore di vita, senza dover rinunciare a troppi vizi. Questo, naturalmente, a patto di non avere particolari problemi nel lavorare per una multinazionale. Restando sul tema del lavoro, mi è stato spesso detto che la crescita all’interno delle aziende viene generalmente incentivata. Ho sentito più persone raccontare che, dopo tre o quattro mesi di lavoro, era stato loro offerto un contratto a tempo indeterminato. Anche qui, però, è necessario fare una precisazione: il contratto a tempo indeterminato, e il lavoro in generale, non gode delle stesse tutele e degli stessi diritti che si possono trovare in Italia. Essere licenziati con un indeterminato è molto più facile che qui, e i sussidi per i disoccupati sono pochi e spesso insufficienti.
Per quanto riguarda la vita notturna, o più in generale quella sociale, sicuramente non ci si può lamentare. La città è piena di pub, molti dei quali con prezzi estremamente bassi. A questi si aggiungono numerose discoteche, alcune delle quali, con mio stupore, dedicate alla comunità LGBTQ+ (qui si vede la differenza tra la capitale e il resto del paese, da molti paragonata alla differenza negli USA tra NY e gli stati centrali). Budapest è inoltre una città popolata da moltissimi studenti Erasmus ed expat che vivono lì stabilmente e che creano una fitta rete di contatti e conoscenze. A tutto questo si aggiunge l’enorme presenza di turisti, soprattutto nel distretto VII, dove è facile imbattersi in persone provenienti da ogni parte del mondo praticamente ogni sera della settimana. Più difficile, invece, è stringere amicizia o anche solo fare conoscenza con gli ungheresi. Si tratta infatti di un popolo generalmente piuttosto chiuso, con le dovute eccezioni, che tende a rimanere nel proprio ambiente senza aprirsi facilmente agli stranieri. Va però detto che noi italiani siamo probabilmente il popolo da loro più amato, e non è raro incontrare un ungherese che mastichi un po’ di italiano o che abbia visitato lo Stivale almeno una volta. Tra le generazioni meno giovani è anzi più facile trovare qualcuno che parli italiano piuttosto che inglese.
Ciò che invece sembra mancare sono veri e propri luoghi di aggregazione. Non è che non esistano, ma sono piuttosto pochi. Anche fare sport o, più banalmente, iscriversi in palestra non è tra le attività più economiche di Budapest: una palestra in centro ha infatti un costo medio mensile intorno ai 60 euro. Questo rappresenta sicuramente un limite, anche se in parte viene compensato dalla grande quantità di eventi culturali presenti in città durante l’anno, tra concerti, spettacoli teatrali e rassegne cinematografiche. La possibilità di vedere molti film in lingua originale è senza dubbio un punto a favore, anche se spesso la programmazione lascia ampio spazio a produzioni molto commerciali. Dal punto di vista musicale, inoltre, non mancano concerti di artisti locali e internazionali. Uno degli eventi più importanti è senza dubbio lo Sziget Festival, al quale però non ho potuto partecipare poiché si svolge in estate. Anche fuori Budapest, soprattutto tra primavera ed estate, esistono diversi festival musicali underground, spesso organizzati in luoghi particolari. Se però devo individuare il vero limite di vivere a Budapest, questo non riguarda tanto la città in sé, della quale mi sono innamorato, quanto ciò che l’Ungheria può offrire al di fuori della capitale. Al di fuori di Budapest, infatti, non esistono molti altri grandi centri urbani particolarmente interessanti, e dal punto di vista paesaggistico il Paese è composto prevalentemente da pianure, con poche colline che raramente superano i 400 metri. La presenza del Danubio e del lago Balaton aiuta sicuramente, ma per chi, come me, è cresciuto vivendo il mare, la mancanza di quest’ultimo si fa sentire.
In conclusione, se mi dovessero chiedere se vivrei in Ungheria, la mia risposta sarebbe sì, ma solo per qualche anno. Budapest è una città viva, stimolante e accogliente sotto molti aspetti. Allo stesso tempo, però, non mi sembra il posto perfetto per me sul lungo periodo, anche se ad oggi non so ancora con certezza cosa voglio fare o dove andare nella mia vita. La mia esperienza è stata estremamente positiva e sarei rimasto volentieri più a lungo, ma va anche detto che l’ho vissuta in una condizione particolare, condividendola con un gruppo di persone simili a me per percorso ed esperienza. Per questo non me la sento di consigliare una scelta del genere a chiunque. Posso però dire con certezza che Budapest è una città stupenda e che, se in futuro dovessi avere l’occasione di tornarci per viverci qualche anno con un buon lavoro, non esiterei a coglierla.
gli altri due episodi del diaro di Budapest di Davide Puccinelli
