Sono le tre del mattino. Mi trovo a Centenáriumi lakótelep, una zona periferica di Budapest, intorno a me solo villette bifamiliari con qualche anno sulle spalle. Sto aspettando l’autobus per tornare a casa, il 996A, un notturno che mi dovrebbe portare fino a Újpalota, dove poi dovrò cambiare per arrivare fino a casa. Insieme a me c’è Luca, un ragusano trapiantato in Ungheria da dieci anni. Entrambi abbiamo bevuto qualche birra e qualche palinka, lui però qualcuna in più di me. Tanto che non riesce a capire che l’ubriaco tra i due è lui. I primi giorni di novembre si sono portati dietro anche il freddo magiaro. Per cercare di non congelarci camminiamo avanti e indietro, lungo la fermata, come due persone impazienti di ricevere una qualche risposta. Rimaniamo in attesa del bus che arriva puntuale. La notte a Budapest si riesce sempre a trovare un modo per tornare a casa senza dover per forza prendere un taxi. Gli autobus sostitutivi propongono un servizio efficiente. Una volta affiancato alla fermata si sale. Dentro, oltre a noi due, ci sono solo altre tre persone, tutte molto simili. Uomini sulla cinquantina con barba lunga, seduti con le braccia serrate per coprirsi dal freddo. Per farci compagnia ed evitare di addormentarci continuiamo a parlare. Il silenzio del bus viene coperto dalle nostre voci, un misto di toscano e siciliano un po’ sbiascicato. Dopo una ventina di minuti scendo a Vásárcsarnok, dividendomi da Luca che deve cambiare più avanti. Una volta sceso inizio a guardarmi intorno. Cerco di capire dove si trova la fermata in cui devo prendere il 979, la linea che mi porterà proprio a due passi da casa. Mentre seguo le indicazioni del GPS del telefono, provo a capire dove mi trovo. Tutt’intorno il buio della notte si inghiotte il paesaggio circostante. Qualche lampione e la luna mi permettono di distinguere le sagome dei palazzi. Újpalota non è il solito quartiere del centro di Pest. Non si trovano vecchi palazzi ottocenteschi, per strada non si vede nessuno e nemmeno una luce si mostra dalla moltitudine di finestre che mi circondano. Questo quartiere è composto da vari blocchi, uno di fronte all’altro, ai cui piedi sono stati costruiti piccoli giardini con qualche platano. Dietro la fermata ci sono alcuni negozi, un forno, un bar, un mercato e addirittura una pescheria. Una delle poche pescherie che abbia mai visto da quando sono arrivato. Il silenzio tutt’intorno mi mette una certa inquietudine che provo a combattere ascoltando un po’ di musica portandomi le cuffie alle orecchie. Mentre aspetto cerco di farmi nella mia testa un piccolo riassunto della serata che avevo passato.
Qualche ora prima ero andato a un pub, l’Oázis söröző, per partecipare a una cena di autofinanziamento per un’associazione culturale gestita da uno dei miei colleghi dell’Ambasciata. La birreria (söröző in ungherese) era forse la più autentica in cui sia stato finora. Infatti, questa si trova nella cantina di una casa, quella della proprietaria, una donna sui sessant’anni con i capelli corti e grigi e uno sguardo poco accomodante. Dentro il pub c’è la cucina, usata quotidianamente dalla signora per prepararsi da mangiare. Quando arrivo al locale, nella sala dove c’era il bancone trovo solo ungheresi che, una volta aperta la porta, mi iniziano a fissare come uno straniero appena entrato in un saloon di un paesino del far west americano. Non vedendo nessuno di coloro che avrei dovuto incontrare faccio un passo indietro verso l’uscita, ma a quel punto il silenzio si interrompe, con la proprietaria che mi indica una porta dopo aver biascicato qualcosa in ungherese. Finalmente trovo chi avrei dovuto incontrare e posso accomodarmi a parlare con gli altri. La stanza è una normalissima stanza di una casa. Dentro si trovano un tavolo da pranzo, un paio di poltrone e poco altro. Le uniche cose che fanno capire di essere in un pub sono un tavolo da biliardino, due bersagli per giocare a freccette e una specie di cabinato per giochi arcade con qualche decennio sulle spalle. Quest’ultimo ha catturato subito l’attenzione mia e degli invitati. All’interno c’erano vari giochi, come la copia sovietica di GeoGuessr, un quiz storico e altri simili a classici come Metal Slug. Guardandolo mi sono chiesto da quanto fosse lì e quante persone abbia visto passare. Una volta finito di giocare decido di tornare nel salone con il bancone e ordinare una birra. Scopro subito che qui i prezzi non sono come nel centro e che una bottiglia da mezzo litro costa un euro e cinquanta. Mentre cerco di pagare con la carta, cosa a cui evidentemente non erano abituati, un signore accanto a me prende uno sgabello e me lo mette davanti. Poi, con due gesti della mano, mi invita a sedermi. Nonostante gli avessi dato anche a lui una sessantina d’anni abbondanti, scopro più tardi averne meno di cinquanta. A differenza degli altri presenti nella stanza, lui parla molto bene inglese, con un accento irlandese dovuto alla sua permanenza di quattro anni a Dublino per motivi di lavoro. Inizia a raccontarmi tutta la sua vita, un monologo di venti minuti, in cui io ogni tanto provavo a inserirmi o a lanciare qualche “yes” o “sure” di cortesia. Vedendomi in difficoltà, una ex stagista dell’Ambasciata, tornata a Budapest per una vacanza di una settimana, decide di darmi una mano. Così riesco a staccarmi da Laszlo e tornare nella stanza accanto. Una volta entrato mi rendo conto che dalle casse viene sparata a tutto volume Luna Rossa della Banda Bassotti. Un brano che difficilmente avrei pensato, qualche mese prima, di poter ascoltare a Budapest. Mentre ascolto la musica, seduto su una poltrona, il collega che ha organizzato l’evento si avvicina e chiede se la serata fosse di mio gradimento. Dopo averlo rassicurato decide di cambiare canzone e metterne una di una band viareggina, gli Achab. La canzone si chiama Black Bloc e il testo è proprio quello che potreste immaginarvi. Mi stupisco nuovamente e penso che mai mi sarei aspettato di venire a Budapest e scoprire una band di Viareggio anarco-sindacalista con testi in francese. Rimango un po’ perplesso e quindi decido di uscire a fumare una sigaretta una volta finito il brano. Fuori, nonostante il freddo, è ancora possibile stare senza giacca per il tempo di una sigaretta. Una volta rientrato decido di andare da alcuni colleghi per offrire loro un giro. Quando la signora serve le birre e io inizio a tirare fuori la carta, comincio a sudare freddo. Penso che forse non avrei dovuto lasciarmi andare la mano per avrei risparmiare qualche soldo in vista della spesa del giorno dopo. Per fortuna lo schermo del POS mi ricorda che qui i prezzi sono diversi e alla fine pago cinque birre lo stesso prezzo di una alla birreria artigianale sotto casa. Mentre continuo a pensare alla serata, una luce in fondo alla strada cattura la mia attenzione. Riesco a capire che sono i fari dell’autobus, così mi preparo per salire, mi tolgo le cuffie nel caso l’autista dovesse dirmi qualcosa e attendo. Finalmente la serata può concludersi e io tornare a casa per buttarmi sul letto e dormire fino alla mattina dopo.

Le canzoni ascoltate nella notte di Budapest