** I primi di settembre a Viareggio una donna in seguito al furto della borsetta ha inseguito in auto un uomo algerino, autore del furto, e l’ha investito deliberatamente, uccidendolo. Lo scrittore e poeta GIancarlo Micheli ci ha inviato una riflessione che coinvolge anche il suo ultimo romanzo Paris Prassede. Domani pubblicheremo anche una recensione al romanzo di Carmen de Stasio
Un caso di cronaca criminale ha scosso recentemente la nostra cittadina, all’apparenza quieta, una sorta di replica della centesima città – di Francia in quel caso – cui Jean Paul Sartre dette il nome immaginario di Bouville (capita che il lemma boue, in francese, significhi fango, melma, cosicché il toponimo potrebbe esser tradotto, a meno della sincope d’una vocale muta, come Città del fango), quando dovette scegliere un’ambientazione per il suo noto romanzo La Nausée (Gallimard, 1938).
Nausea, la parola torna utile nella presente circostanza, per designare la sensazione che è ancor lecito provare nei confronti dell’atto cui una titolare di concessioni demaniali – appartenente a pieno titolo alla classe piccolo-borghese locale, che ha contribuito allo sviluppo turistico intaccando in maniera forse irreversibile l’ecosistema litoraneo, crivellandone le spiagge di strutture in cemento tali da aggravare superlativamente inondazioni e cuneo salino, escogitando metodi via via ingegnosi nello sfruttamento del salariato autoctono, soprattutto quello giovanile – si abbandonò, allorché un immigrato le rubò la borsetta. Ella fece ricorso ad un bene di consumo che costituisce un’etichetta della classe che l’annovera, un Suv di grande ingombro e cilindrata, terrore dei comuni pedoni e dei ciclisti, manovrandolo ben quattro volte al fine di schiacciare il corpo della vittima, governando con lucidità, per tutto il tempo che l’operazione richiedeva, il proprio libero arbitrio, affinché al reo fosse tolta per sempre ogni possibilità di nuocere, oltre alla complementare, improbabile dal punto di vista di lei, così degna rappresentante delle maggioranze che eleggono, non senza disinvoltura, gli eredi politici del neofascismo, di far cose buone.
Anch’io partecipai alla manifestazione in memoria dell’extracomunitario assassinato e, assieme a molti altri che hanno ancora a cuore l’umanità, sfilai lungo le banchine del porto, per andare, in silenzio, a deporre un fiore sul luogo dell’omicidio.
In precedenza, meditando interiormente, come suole chi abbia dedicato una vita intera alla scrittura, cominciata nell’anno della Guerra dei sei giorni e proseguita fino all’attuale genocidio di Gaza, mi persuasi che siano necessarie anche le parole, per farla finita, prima o poi, con la violenza dell’uomo sull’uomo e di questi sulla natura, per costruire, con la calma e la perseveranza che il compito esige, un mondo infine abitabile, dove ciascuno dia secondo le sue possibilità e riceva secondo i suoi bisogni.
Forse sono stato previdente, allora, a scrivere, durante gli anni della pandemia, un romanzo che sarebbe stato pubblicato l’estate scorsa, il cui protagonista è un afroamericano nato in schiavitù alla metà dell’Ottocento, che vive, nelle vicende diegetiche, il cammino di affrancamento della classe lavoratrice, attraverso la Comune di Parigi e fino alla Rivoluzione russa.
